Meditazioni: l’Arte, senza spiegazioni
Scritto da Ceci il 27 Gennaio 2010 in distrazioni
Un paesaggio sospeso e liquido. Ghiaccio, neve, acqua e un ponte. Una striscia di verde, fatta di vecchia memoria o di erba appena nata. Piccoli punti azzurri che confondono cielo e materia. Voglia di inspirare con la rincorsa un po’ di quella purezza.
In una parola, Lichtenstein.
Non è la nuova pubblicità progresso per lo staterello ficcato da qualche parte in Europa (che non si scriverebbe neanche così se no, su su). È un breve resoconto-scontro sulla mostra di Roy Lichtenstein alla Triennale di Milano. E il paesaggio preso in questione è una tela gigante dipinta a olio e Magna (uno speciale colore acrilico), con il metodo della griglia forata (come quella che si usa per decorare i dolci con lo zucchero a velo), da cui i puntini a effetto tipografico-fumetto di cui sopra.
Bene. Gran bell’opera.
È che fa differenza sapere se l’autore ha voluto, per esempio, sublimare il senso di desolazione del Campo innevato con aratro di Van Gogh, che si era ispirato a sua volta a Jean Francois Millet, oppure metterci del suo per dare finalmente una calmata all’eterna Tempesta di Neve di J. M. W. Turner. Per dire. Non per niente questa mostra si intitola Meditazioni sull’Arte e “si articola in sezioni tematiche volte a rendere comprensibile l’evoluzione del processo di appropriazione delle opere di arte moderna avviato da Roy Lichtenstein già a partire dagli anni ‘50”. Si tratta insomma di una raccolta di reinterpretazioni di dipinti, oggetti, sculture e altri materiali preesistenti.
Ecco dunque che il fiducioso, appassionato e solerte fruitore si avvicina al cartellino posto di fianco al quadro, stando attento a non far scattare allarmi e stringendo le palpebre per vedere meglio. L’operazione dura un millesimo di secondo, perché anche il fruitore più appassionato e tonto, una volta messo a fuoco, sa riconoscere e voltare le spalle a un cartellino privo di informazioni. Che delusione.
Non siamo a un corso per giallisti, quindi, bando alla suspense, le fonti da cui ha attinto il Pop Roy per la tela innevata sono delle stampe di paesaggi cinesi. Oh. Interessante! Per scoprirlo e farsi anche una vaga idea del perché del resto di questa mostra, basta sgomitare fino alla temuta, onnipresente e fantozziana Saletta delle Videoproiezioni e sperare di trovare un posto, seduto o in piedi lungo i muri. La qualità dell’audio richiederebbe un’età inferiore ai 50 anni e possibilmente una visita per il rinnovo della patente effettuata di recente, ma il contenuto del film-documentario è illuminante. Lichtenstein parla della sua vita privata e della sua arte in interviste, spezzoni, filmati originali selezionati e montati in modo intelligente. Leggiamo nei titoli di coda che si intitola Meditations on Art e che è stato realizzato da Christina Clausen. Poi sul sito della Fondazione Lichtenstein scopriamo che è stato fatto apposta per questa mostra. (Speriamo anche di trovarlo su youtube o affini, ma per ora non ce n’è traccia).
Ora il fruitore un po’ scocciato si chiede: ma la beneamata e rinomata e pronta per l’Expo e modaiolissima Triennale di Milano quanti stagisti avrà? Dico aspiranti curatori costretti a imbustare i volantini, per intenderci. A qualcuno sarà venuto in mente di prendere un singolo essere umano, lo Stagista del Mese col cappello di McDonald’s magari, dargli da leggere una risma di carte e carteggi, fargli visionare il documentario qualche settimana prima della mostra, chiedergli di estrapolare i pezzi riguardanti le opere esposte e fargli ricavare delle brevi didascalie esplicative? Scommetterei di sì. Ma qualcun altro ha detto no.
Mah.
Forse la spiegazione di tutto (quella che manca) è nel meraviglioso catalogo Skira di 372 pagine venduto alla fine del percorso espositivo, nel bookshop. Dico forse perché non è abitudine del fruitore appassionato e deluso portarsi a casa libri da 69 euro.








